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Pesaro. «Amo un’amica»: e la madre cerca di accoltellare la figlia.

Al culmine di un litigio la donna ha sferrato un colpo all’addome fermato fortunosamente dalla fibbia.
(Il Corriere della Sera) Non accettava che la figlia sedicenne si fosse innamorata di una ragazza di 18 anni, e, al culmine di un litigio, le ha sferrato una coltellata all’addome con un coltello da cucina, per fortuna colpendo la fibbia della cintura che la figlia indossava. Il fatto è accaduto nel circondario di Pesaro, in una famiglia come tante: padre contabile in un’azienda, madre casalinga, e tre figli studenti. La sedicenne aveva confessato ai suoi di nutrire una passione amorosa per una giovane conosciuta da poco. Padre e madre erano rimasti choccati dalla rivelazione, e avevano tentato in tutti i modi di fare in modo che la figlia troncasse la relazione. Qualche giorno fa (ma la notizia è stata resa nota solo oggi), all’ora di pranzo, l’ennesima discussione fra madre e figlia. In preda ad una sorta di raptus la donna ha afferrato una lama e si è scagliata contro la ragazza, che solo per un caso non è rimasta ferita. Il padre si trovava in un’altra stanza e a chiamare il 113 è stata la sedicenne: «Venite – ha gridato all’operatore – mia madre sta andando fuori di testa…mi vuole ammazzare». Una ‘volante’ è accorsa sul posto, e a conclusione delle indagini, coordinate dal dirigente della Squadra mobile Andrea Massimo Zeloni, per la madre è scattata una denuncia per tentate lesioni aggravate. Della vicenda sono stati informati sia la procura della Repubblica di Pesaro sia la procura dei minori di Ancona. La polizia ha poi spiegato che i tre figli della casalinga e dell’impiegato avevano avuto qualche problema di rapporti con i genitori, e che la loro situazione era già monitorata dai Servizi sociali. Non è la prima volta, ha ricordato Andrea Massimo Zeloni, che l’Ufficio minori della Questura di Pesaro si trova ad affrontare situazioni così delicate. Mesi addietro, sempre nel pesarese, la madre di un’adolescente si era rivolta alla polizia perché sua figlia veniva corteggiata con insistenza dalla mamma di una compagna di scuola. «Oggi – ha detto il dirigente della Mobile – quella ragazzina è felicemente fidanzata con uno studente di poco più grande».

Torino. Banda di giovani nomadi adescava anziani gay ai giardinetti per rapinarli.

(Ansa) Con la promessa di prestazioni sessuali, giovani nomadi adescavano anziani ai giardini pubblici o nelle stazioni ferroviarie e poi si facevano portare nelle loro abitazioni dove, dopo avergli somministrato sonniferi, rapinavano soldi o oggetti preziosi. Lo hanno scoperto gli agenti della polizia ferroviaria di Torino che hanno arrestato tre persone e ne stanno ricercando altre tre. La banda, con a capo un nomade, colpiva a Torino e nel resto del nord Italia.

Tutto e’ partito dopo la denuncia di quattro pensionati torinesi ma il sospetto degli investigatori e’ che le vittime siano molte di piu’ ma, per la vergogna, abbiamo preferito non dire nulla. In carcere, con responsabilita’ distinte fra loro, sono finiti un italiano, Ignazio Corvitto, 34 anni, titolare di un bar di Nichelino (Torino) dove la banda pianificava le proprie strategie, ed i nomadi romeni Dragos Botezatu, di 23 e Gheorghe Mihai, di 20.

Ma la banda, secondo la polfer, agiva a tutto campo. Era specializzata anche in furti e rapine ai danni dei titolari di distributori di benzina, utilizzava i minorenni nell’accattonaggio, faceva prostituire romene e utilizzava carte di credito clonate spedite dall’Inghilterra.

Tra i romeni ricercati c’e’ anche un giovane che un mese fa era rimasto coinvolto in una vicenda di un gay di 60 anni, che, per un pugno di euro, era stato seviziato, picchiato a sangue e rapinato in casa da tre stranieri condotti in casa da un romeno di 21 anni che lui ospitava da un mese.

Malesia, la Polizia irrompe in un centro di fitness gay. Trovati sparsi a terra oltre 1.800 profilattici usati.

A Penang, piccolo stato della Malesia, dopo un’irruzione della polizia, 14 uomini sono stati arrestati in un famoso centro fitness e sauna per attività omosessuale ed immorale. Infatti gli uomini sono stati trovato completamente nudi mentre facevano sesso di gruppo mentre altri erano in possesso di marjuana. Il capo della Polizia ha dichiarato che il centro era sotto osservazione da mesi.

Essere gay è un crimine in Malesia e porta ad una condanna in prigione per dieci anni. Oltre ai quattordici arresti la Polizia ha denunciato diciotto persone trovate nude nelle toilette e sequestrato di profilattici di cui era letteralmente coperto il pavimento. La stima è che su tutta la superficie del locale ne siano stati trovati qualcosa come 1800.

Roma. Alemanno o il ribaltone culturale?

(Pietrangelo Buttafuoco – Il Foglio) Altro che Auditorium. Attendonsi i telefonini bianchi, saranno i feticci della nuova voga culturale, figli diretti di quei Telefoni bianchi, quelli che furono il vanto della Cinecittà dorata.

Altro che Estate Romana. Attendonsi proprio i telefonini bianchi, quelli che faranno il genere e l’ordinaria didascalia della stagione in corso d’opera, quella che dalla presa di Roma con Gianni Alemanno riscalda la vera svolta: il ribaltone culturale. E attendonsi con il cinema dei Telefonini bianchi il Trio Bermuda in gran spolvero, quel triangolo della rivalsa cinematografica oggi diventata fondamentale cupola della tendenza, quella che risponde ai nomi di Luca Barbareschi, Renzo Martinelli e Pasquale Squitieri.

Telefonini bianchi e però attrezzati di ogni gadget rivendicazionista: dall’Antimontalbano di Barbareschi al Barbarossa di Martinelli, ai mille lampi di genio del nostro caro Pasquale. Altro che i Littoriali, sarà l’Arci del Popolo delle Libertà. Tutto quello che non s’è potuto realizzare prima a causa del Minculpop democratico si farà di gran corsa e con gran carriere da destinare al successo, quello buono per tutte le stagioni.

Perché tanto per cominciare resta sempre aperto il conto con l’egemonia culturale della sinistra e i telefonini bianchi, infatti, saranno nemesi tra gli attici e le terrazze della Roma alto borghese, l’unica resa dei conti possibile con il ceto dei colti prima che i soliti intellettuali tra le due bandiere tornino ai Colli Fatali ma, tanto, si sa: a Sean Penn si preferirà comunque un Caimano qualsiasi.

Altro che impegno, altro che apertitivo. Attendonsi i telefonini bianchi del cinema e della cultura mentre il solo Dagospia tiene alta la bandiera della Resistenza, ora e sempre contro Alemanno. Solo Roberto D’Agostino, infatti, si sottrae al gioco del grande inciucio ma tutta la città – compreso il Gay Village, tendenza lib, figurarsi i gloriosi circoli del dopolavoro abbiente – si sta accomodando.

Altro che neorealismo. Attendonsi perciò i telefonini bianchi e con questi anche i manganelli innervati al modo di godemiche per tutti quelli che dal Ministero dei Beni Culturali, sicuri dell’arrivo del Cavaliere, contavano di trasferirsi al Comune di Roma e che adesso sono proprio spaesati: pensano solo ai manganelli. Non sanno quali farfalle andare ad acchiappare sotto l’Arco di Tito, poveri figli, ma le caselle dovranno essere riempite lo stesso e la magnifica regalità dei tempi nuovi saprà amministrare la scienza della cultura.

Divertimento e lustro intellettuale non mancheranno all’appello della civiltà dei modi con consueto bacio della pantofola al sindaco, un atto d’affetto consumato da divertiti e lustri intellettuali va da sé perché Roma con le sue troupe, le sue tivù e i suoi finanziamenti alle muse è la più potente macchina editoriale d’Italia e poi sì, siamo tutti uomini di mondo.

Altro che promozione delle arti espressive. Attendonsi telefonini bianchi a prova d’intercettazione. Della famosa telefonata registrata tra Agostino Saccà e Silvio Berlusconi, quella delle ragazze da sistemare in qualche filmaccio, al netto della furia dei magistrati ebbe un ben magro risultato: l’unica ad ottenere il contratto fu la fidanzata di un collaboratore stretto stretto di Walter Veltroni (magari uno di quelli oggi nominato parlamentare, chissà).

Ma finirà così. Finirà che anche la destra avrà i suoi Fagiano Fagiani. Tutto ciò malgrado il lavoro rivendicazionista del Trio Bermuda (nel senso del triangolo che fa il repulisti). Finirà che la gioiosa macchina dell’umanesimo de’ sinistra poi, sarà un irresistibile contagio e ogni specchio allora, vorrà il suo riflesso, ogni casella cercherà l’incasellabile e si farà pari e patta secondo lo schema prestabilito del ribaltone: al Moretti originale, si sostituirà un altro Moretti (già Martinelli, intervistato dal Corriere della Sera, s’è proposto), e così di seguito tra tutte le altre muse.

A Baricco, invero, si sostituirà un altro Baricco (magari quello straordinario del “Novecento” pubblicato su “Topolino” di questa settimana), a Santoro un altro Santoro (Angelo Mellone, editorialista del Messaggero, ha già avuto questa missione), a Piovani un altro Piovani (Demo Morselli della nota band)e così via, così come all’Unità verrà sovrapposta un’altra Unità (il Secolo d’Italia di Flavia Perina e del nostro Luciano Lanna) fino alla sostituzione del Premio Strega con un altro Premio Strega (Il Premio Almirante).

L’eroico Angelo Crespi, con il suo “Domenicale”, il combattivo settimanale controcorrente, ha già gli elenchi pronti dei sostituti, tenuti in caldo da tempi memorabili, soprattutto ad uso della guerra interna: contro Mediaset, contro Mondadori, contro – insomma – tutta quella mobilia culturale del Cavaliere sostanzialmente fiancheggiatrice del potere culturale altrui mentre ai fedeli che devono sbattersi coi borderò e le collaborazioni restano solo sottoscala, sottocultura e sottopaga.

Attendonsi telefonini bianchi del pari e patta dunque, come se la lezione più squisitamente politica, con quel po’ di Cavaliere, non fosse già stata chiara e definitiva: è l’originale che traccia il solco. Non il surrogato ideologico. Il giorno in cui la sinistra tentò di berluscare per cavarsela contro Berlusconi, infatti, s’è visto com’è finita. Solo l’inaudito originale s’aggiudica l’egemonia e vince. E quella del Cavaliere è stata la strategia dell’assolutamente nuovo.

Con lui non c’entra la Resistenza, il Sessantotto, il movimento, la baronia universitaria, l’estetica post-moderna, l’etica mite e la metafisica nel compimento galimbertiano. Con Berlusconi comincia il carnevale del “libera tutti”, l’anarchia dei valori, il “carte a quarantotto” dell’identità nazionale, la telegenia, l’impero della Sardegna fino al pensionamento delle elite: prima tra tutte quelle delle oligarchie danarose, subito dopo quella intellettuale.

E’ la destra a destra del Cavaliere che, invece – dimentica del processo sorprendente che l’ha portata in Campidoglio – rischia di patire la sindrome del surrogato: sempre in cerca di un Movimento studentesco di destra, e non quello premiato oggi nelle scuole e nelle università, ma un mitologico pneuma emozionale di chissà quale tempo che fu sull’onda dell’anticonformismo.

E sempre in cerca di una baronia chiaramente di destra, di un post-moderno di destra, di un’etica ovviamente di destra, di una Resistenza di destra (in mezza giornata Alemanno ha fatto il giro di tutti i sacrari, un tour che perfino Giorgio Napoletano potrebbe coprire e spalmare in tre anni almeno) e di un Sessantotto di destra, infine, quando l’unico ad avere avuto ragione in quell’anno era stato Eugene Ionesco e lo scriveva pure su “Il Borghese”.

Magari è leggenda quella che vuole l’illustre rumeno affacciato alla finestra della sua Parigi per dire, “Studenti, contestatori: diventerete tutti notai”, ma quella di Totò che spruzzava il Ddt sui divani dove s’erano accomodati Pierpaolo Pasolini e Ninetto Davoli, quando andarono a comminargli il copione di “Uccellaci e uccellini” è suprema quanto reazionaria verità.

Altro che teatro senza assurdi, attendonsi telefonini bianchi a prova di clonazione intellettuale se perfino la ricerca del doppio da paragone può portare un incolpevole Stefano Zecchi a farsi individuare dagli autori dei talk show nel frettoloso schema di un “Galimberti di destra”, quando l’originale Umberto, non pago di plagiare i testi, si copia pure i titoli. Per Feltrinelli, facciamo ad esempio, ha scritto “Il Tramonto dell’Occidente” e a quelli di destra, ohibò, dovrà come minino sembrare uno Spengler più fico: ha pure una rubrica su D di Repubblica.

Altro che Istituto Gramsci, attendonsi i telefonini bianchi della penetrazione culturale perché quella meravigliosa fortuna di avere il Trio Bermuda al cinema non si ripete poi con la letteratura e con il pensiero alto. Gianfranco Miglio che era un vero genio della scienza politica non c’è più, con uno come Miglio non c’era rischio di rammaricarsi per ogni rimprovero di Giovanni Sartori, a suo tempo ebbe ragione Giuseppe Tomasi di Lampedusa e non Elio Vittorini, ci fu un tempo in cui il pensiero reazionario non si piegava allo Zeitgeist, al contrario, solo che adesso è diventata regola stare sempre e solo coi surrogati, con la religione obbligatoria del termine di paragone, quella dove si perde sempre.

Peggio del gramscismo, di fatto, c’è solo il gramscismo di destra, con tutto quel che ne seguì e ancor ne procede di comico. Quando qualche sciagurato mise in bocca a Gianfranco Fini la necessità di collocare Antonio Gramsci nell’atto fondativo di Alleanza nazionale, poco mancò che si facesse seguito con la proclamazione di Sandra Verusio quale madre della patria per sopravvivere alla mortificazione di cui è stato e continua ad essere succube tutto ciò che non riesce ad emergere dall’egemonico.

E allora altro che attesa dei Telefonini bianchi delle arti, del cinema e dello spettacolo, altro che riorganizzazione dei dipartimenti ministeriali e municipali, altro che trionfo triangolare di Barbareschi, Martinelli e Pasquale nostro. Una volta che non si potrà più abusare dell’alibi dell’egemonia culturale altrui, non finirà che tutte le boiate verranno a galla, come boiate appunto, senza più la giustificazione della persecuzione del libero pensiero?

Verranno pure i telefonini bianchi, sui giornali stranieri la nuova voga di Roma viene rappresentata sotto forma di caricatura nel mentre che tutta questa sindrome del surrogato si trascina sottoscala, sottocultura e sottopaga. Indubbiamente Roma è di per sé il primo fondamentale bilancio della produzione culturale e l’errore che Alemanno dovrà evitare, orbando il primo istinto di dare spazio a chi spazio non ha mai avuto, sarà proprio quello di resuscitare il sottoscala, la sottocultura e la sottopaga.

La sottocultura tira sempre per la giacca, tira sempre giù, il sottoscala non riesce nell’ascesa alle idee fresche perché resta asserragliato sulle barricate, affacciato su una guerra che esiste solo nella comoda e pigra catalogazione inventata dai giornali e certamente Alemanno non potrà ridurre la battaglia culturale all’abolizione dei libri di testo. E non dovrà portarsi dietro lo scarto della cultura di destra, quella maledizione del surrogato che non riesce a fare di un qualsiasi professore un minimo di caviale, un Renato Nicolini.

E dovrà guardarsi dal riprendere il metodo Sarkozy, un metodo che a Roma diventerebbe solo gestione della furbizia, anzi, il sindaco ha già Umberto Croppi – leader della Nuova Destra, trasversale senza essere inciucione, ben attrezzato di idee ed emozioni da superare tutte le prove di società – ha già Croppi che non è surrogato di alcunché.

Attendonsi telefonini bianchi, preferibilmente con la celletta sintonizzata ad Anzio, non a Capalbio e a differenza di Fini che non ha mai incarnato un’anima combattiva, il sindaco che le sue promesse di futuro potrà giocarsele, forte del suo linguaggio luccicante, dovrà fare dei suoi anni ’70 una battaglia culturale pacificata.

E Croppi ed Alemanno, a maggior ragione che quelle promesse di distribuzione dei posti elargite quando non si pensava di vincere le elezioni non dovranno avere luogo (traduzione: a Roma ci sono almeno undici surrogati di Goffredo Bettini in attesa di sistemazione), dovranno soltanto dismettere la Santabarbara degli anni ’70, diffidare dai primi nomi che vengono in mente (sono sempre quelli del surrogato, quelli del luogo comune), fare appunto sempre mente locale e cercare, covare, scovare e produrre talenti specie che non c’è niente di coraggioso e nuovo nel cinema italiano, niente di così esaltante in quella cattedrale dell’egemonia dove pure sono entrati per consolare e rassicurare tutti quelli che oggi si stanno offrendo loro quali prigionieri.

Attendonsi telefonini bianchi, certo, col rischio che una volta per tutte si scoprirà che Martinelli le sue stroncature e la persecuzione cui è stato fatto oggetto non è derivato dall’aver girato un film contro l’Islam, ma d’averlo girato male, peggio di quanto non abbiano fatto con i loro ombelicali cortometraggi tutti gli stronzetti garantiti dai contributi ministeriali.

Sarà un disastro quando tutta la schiuma dei sottovalutati reclamerà spazio, non ci sarà più la pietosa guarentigia dell’egemonia culturale altrui. Si scoprirà che questa non era dovuta al fatto che c’era un regime a imporla, ma una qualità e perfino una scaltrezza professionale. Prova ne sia che di quella mitica telefonata tra Saccà e il Cavaliere non una delle ragazze, regolarmente provinate, sicuramente pronte per i Telefonini Bianchi, ebbe il contratto. Se l’aggiudicò una valente professionista discesa dall’attico. Oltre ai libri di testo si dovrebbero adesso abolire gli attici?

Trovare, scovare e covare i talenti pacificati allora, il sindaco di Roma non è certo il presidente del Consiglio ma la città è tra le più importanti al mondo, è un luogo dove tutti vogliono arrivare per restare anche il tempo di un Racconto. C’è una solida tradizione di Racconti romani, il sindaco potrebbe invitare Philip Roth o Tom Wolf, pagare loro una settimana di bucatini in una bella residenza in città e chiedere in cambio un racconto, il sindaco potrebbe certamente soprassedere sul Red Carpet dell’Auditorium, ma in cambio mettere in ognuno dei sette colli dell’Urbe un regista – gente del calibro di Mikhalkov, dei Cohen, di Coppola, gente in grado di trovare, scovare e covare talenti – e scrivere in ognuno dei colli un episodio per un film che descriva Roma, sorprendente e dirompente per come deve pur essere se il meccanismo del luogo comune da qualche parte deve essersi sfasciato. Altrimenti, con tutta la buona volontà, e con tutti quei Telefonini Bianchi in attesa di cinepresa, finirà che ad ogni Sean Penn si continuerà a preferire il solito Caimano.

"Universiinversi". A Trento è polemica sui finanziamenti avuti dal comune.

(Il Corriere del Trentino) Lucia Maestri è arrabbiata. «Quella di Sergio Divina è una strumentalizzazione pesante. È un senatore e come tale dovrebbe essere un garante della Costituzione» tuona l’assessore alla cultura del capoluogo.

Che non ha digerito per niente le critiche dell’esponente della Lega nord sul finanziamento previsto dal Comune all’iniziativa «Universi inversi», evento organizzato da Arcigay e Arcilesbica in occasione della giornata mondiale contro l’omofobia (da giovedì 15 a domenica 18 maggio).

«È discutibile che un’amministrazione comunale sostenga iniziative con risvolti così profondamenti etici» aveva detto Divina. «Il rischio — aveva aggiunto — è che la gente faccia confusione, visto che prima si celebra la famiglia tradizionale, poi si appoggiano iniziative che vanno nel senso opposto».

La replica della Maestri è netta. «In passato — dice — abbiamo già sostenuto una mostra sulla condizione dei gay al tempo dei nazisti, nell’ambito della giornata della memoria». E spiega: «Si tratta di riconoscere un principio sancito dalla Costituzione, secondo la quale i cittadini hanno pari dignità sociale senza discriminazione alcuna. La stessa Costituzione della quale Divina, come senatore, dovrebbe essere garante. Per questo le sue affermazioni sono ancora più gravi».

L’assessore precisa: «L’evento rappresenta un contributo al percorso di conoscenza di una tematica che esiste e che va riconosciuta».

Viva Radio2. Le garbate incursioni gay di Fiorello chiuderanno "En travestì".

(Ansa) Con l’Asiago Gay Pride (ndr. e per Asiago s’intende la via romana dove dagli studi Rai Fiorello registra la sua trasmissione) si concluderà il prossimo 12 giugno la settima edizione del programma di Fiorello&Baldini di cui fan e appassionati potranno trovare il meglio del meglio e i classici nel doppio cd Viva Radio2-2008 in uscita il 15 maggio con Self Distribuzione. “Vestiti da Oba Oba – racconta Fiorello – io e Baldini festeggiamo con l’Asiago Gay Pride il sesto cd, sette anni di radio e la fine di questa edizione del programma che dovrebbe concludersi di venerdì 13 giugno, ma non ci pensiamo proprio di terminare in questa data. Il 12 giugno verrà anche Minà con un cantante cubano famosissimo”. “Ci piacerebbe anche fare – spiega poi – l’ultima settimana in diretta tv. Intendiamoci bene, non sarebbe un programma per la tv ma quello che facciamo ogni giorno a Via Asiago ripreso dalle telecamere”.

Al ristorante cacciata dal bagno delle donne perchè lesbica, Condannato il ristorante.

(Ap) Lesbica, e dall’abbigliamento tutt’altro che femminile, ha denunciato un ristorante del Grenwich Village per essere stata cacciata dal bagno delle donne dove era entrata dopo l’ultima sfilata del Gay Pride. Versione dei fatti contestata dagli accusati che ad ogni modo, informa il Trasngender legal defense and education fund, hanno deciso di patteggiare prima che la causa approdasse in tribunale: 35.000 dollari di risarcimento.

Una somma alla quale i proprietari del ristorante (la Caliente Cab Company) ha aggiunto anche un significativo emendamento al manuale di condotta per i suoi dipendenti: la policy anti-dicriminatoria riguarda anche l’identità di genere. E un capitolo ad hoc disciplina anche le regole per l’utilizzo dei servizi igienici del locale.

Autocritica nella sinistra. Nichi Vendola: "Il nostro sbaglio, troppo odio".

«Così erano i comunisti». «Sono cattolico e gay senza sensi di colpa».

(Claudio Sabelli Fioretti – La Stampa) I comunisti sono scomparsi. Non ce n’è più nessuno in Parlamento. Il centrosinistra ha preso una batosta storica. Meno nove per cento rispetto al centrodestra. Il Campidoglio è stato conquistato da un ex fascista. Per la prima volta da sempre. Vale la pena di andarne a parlare con Nichi Vendola protagonista dell’ultima grande vittoria di un comunista in Italia, quando contro tutte le previsioni, tre anni, fa conquistò la poltrona di governatore delle Puglie, l’uomo che si è candidato alla successione di Bertinotti alla guida di Rifondazione.

Nichi, salverai Rifondazione? Sembra un’impresa impossibile?
«Non è la prima volta che mi trovo ad incarnare il ruolo di chi partecipa a sfide impossibili. Dal punto di vista del rischio non sono turbato. Credo sia giusto adattarsi ad una condizione completamente nuova come quella di un partito schiantato e mettere a disposizione la mia immagine la cui popolarità è molto oltre il recinto di Rifondazione per tentare un operazione che dica: la salvezza del mio partito non è un’operazione di restauro ma è la capacità di riaprire il cantiere dell’innovazione politico culturale». Le elezioni, un disastro… «Difficile immaginare che potesse andare peggio».

La sinistra è abituata a queste batoste…
«Nel corso di un quindicennio si è perso, e si è vinto, in un’altalena al cardiopalma. Questa epoca si è chiusa. Il nuovo ciclo è stabilmente, organicamente di destra. Queste elezioni offrono la radiografia di una formidabile egemonia culturale della destra».

Il progetto di Veltroni…
«È stato scardinato completamente. L’unico elemento di vittoria di Veltroni è la scomparsa della sinistra. Il vento di destra lo ha travolto».

Ma la semplificazione della politica italiana…
«Va bene. Gli è riuscito il bipolarismo. Ne è valsa la pena?».

La sua leadership ne esce rafforzata?
«Non c’è un automatismo tra esito elettorale e leadership di Veltroni. Siamo all’inizio di un percorso dagli esiti insondabili».

Proviamo a sondarli.
«Non riesco a fare previsioni. La natura neocentrista e moderata del Partito democratico non è un dato acquisito. Il Pd non è un partito-mummia. È un corpo vivo, esposto alle intemperie della società. È una partita aperta».

Che comincia con una sconfitta storica.
«Intanto bisogna operare il disoccultamento della sconfitta».

C’è qualcuno che la nasconde?
«Non la raccontano in tutta la sua asprezza. Si parla di un risultato importante, di una percentuale formidabile. Siamo davanti a un armamentario propagandistico fortemente consolatorio».

Se la sinistra non si fosse presentata divisa in tanti partitini avrebbe raggiunto il 4 per cento.
«I nostri problemi vanno affrontati di petto, senza cercare capri espiatori. Se c’era la falce e martello… se non c’era Veltroni… argomenti da talk show».

Allora affrontiamoli di petto.
«Non c’è stato un commento dell’Arcobaleno alla sconfitta. Ognuno in ordine sparso ha commentato e si è tirato indietro. Prova che l’Arcobaleno non c’era, era un’illusione ottica, una cosa posticcia e artificiosa. Agli elettori siamo apparsi un residuo, un cimelio, un cumulo di velleità e di inefficacia».

Tu resti un’immagine vincente di Rifondazione…
«Sono stato il simbolo di una somma di minoranze che non si sono poste in termini minoritari. Comunista, gay, cattolico dell’estrema sinistra… tutti filoni eterodossi. La sfida è stata identificare un nuovo popolo. Si vince e si perde solo ed esclusivamente sul piano dell’ideologia».

Le ideologie non hanno più spazio…
«È incredibile quello che scrivono i soloni…i Galli della Loggia, i Panebianco…».

Scrivono che le ideologie sono finite.
«E il berlusconismo che cos’è? La favola bella che cuce l’Italia delle mille corporazioni non è una straordinaria operazione ideologica? Berlusconi a quest’Italia così spaventata, regredita, ferita offre sogni e paure. I sogni dell’Isola dei Famosi e le paure dell’immigrato. Un mix straordinario».

E la sinistra che cosa ha offerto?
«Un discorso debole, ridondante, incapace di capovolgere l’ideologia berlusconiana».

A Berlusconi gliene hanno dette di tutti i colori.
«Berlusconi è una persona simpatica, geniale, che ha cambiato la storia politica italiana. Lo abbiamo demonizzato e non ci siamo accorti che il berlusconismo tracimava nei nostri accampamenti. Noi con Berlusconi ci siamo comportati come i liberali all’inizio del fascismo, schifiltosi nei confronti di quella maschia rudezza da suburbio sottoproletario».

Berlusconi ti piace?
«Ha tutti i vizi e tutti i difetti a cui un uomo della mia parte deve dedicare la propria passione polemica. Storia sociale di un parvenu, grande improvvisatore, giocatore di azzardo, bugiardo cronico. È un populista, un narcisista, un’esibizionista della ricchezza. Esibisce perfino le parti più sconce del suo sistema di relazioni, tipo lo stalliere Mangano».

Detto questo…
«Ho conosciuto molti bugiardi cronici. Suscitano in me attenzione, qualche volta simpatia, spesso tenerezza».

Veltroni sarà il leader della sinistra dei prossimi anni?
«Veltroni ha scelto un cammino che lo allontana dalla sinistra. Espellere la centralità della questione del lavoro dalla propria cultura politica significa recidere le radici sociali dell’essere di sinistra. La bussola di Veltroni è un mix di radicalismo etico e moderatismo politico. C’è l’Africa ma non c’è la precarizzazione del mercato del lavoro. C’è la sete del mondo ma non c’è la privatizzazione dell’acqua in Italia».

Si pensò a un certo punto che potesse venire la stagione di Cofferati…
«Si trattò di una abbaglio e di un’illusione ottica. Ho letto i discorsi di Cofferati e ne ho tratto un’impressione di superficialità e schematismo. Sotto il vestito niente. Cofferati è quello dei lavavetri. Ha anticipato, per molti versi, la conversione neomoderata del Pd e la sussunzione di pezzi interi della cultura tipica della destra».

Cosa vuol dire oggi essere comunista?
«Vuol dire porsi molte domande, sapere che la qualità della vita è sempre legata alla condizione del lavoro, allo sfruttamento. Evitare qualunque feticcio politico. Una visione feticistica della politica è quanto di meno comunista ci possa essere. Mummie, naftalina, asfissia, gulag».

Esistono ancora i proletari?
«Esistono molti più proletari che nel passato, in forme nuove».

Nichi vuol dire Nicola o Nikita?
«Mi hanno battezzato Nicola e mi hanno subito chiamato Nikita».

Padre comunista, evidentemente.
«Era andato a combattere per l’impero fascista. E nella guerra aveva maturato il suo comunismo. Mio nonno era proprietario di una cava di pietre. Undici figli. Mia madre viveva un po’ meglio perché il nonno era impiegato comunale e piccolo proprietario terriero. Una vita morigerata, molto povera».

Cattolici?
«Mio padre rimboccava le coperte a noi tre figli maschi, fino all’età maggiore, chiedendoci: “Avete detto le preghiere?”».

Ricordi della gioventù?
«La felicità di divorare libri che prendevo in biblioteca e la frustrazione di non poter divorare musica perché non avevo il giradischi».

Il lavoro?
«A quattordici anni vendevo corsi di lingue. A sedici facevo il cameriere l’estate. Correggevo bozze per la De Donato. Vendevo libri Boringhieri, Einaudi, Editori Riuniti».

E poi il giornalismo.
«La città futura, quella diretta da Adornato. Poi Rinascita».

Su Liberazione per anni hai scritto una rubrica che si chiamava «Il dito nell’occhio». Caustica, quasi violenta…
«La leggevano tutti… Ho meritato alcuni attacchi di Giampaolo Pansa».

Li ricordi?
«Fu abbastanza sgradevole. Ma non voglio entrare in polemica di nuovo con Pansa».

Perché?
«Perché è livoroso, è cattivo. Ha perso la trebisonda. Insulta. Dopo essere stato più o meno interno al Pci, è diventato anticomunista. Ma ha trattenuto una specie di virus stalinista, uno stalinismo della semplificazione, della politica spettacolo».

Tu invece?
«Vengo da una cultura politica che ha molto odiato. E non voglio più odiare».

Quando avvenne il tuo coming out?
«Nel Settantotto. Avevo vent’anni. A Terlizzi, che non era Roma. Fu un massacro sociale, politico, familiare. Era un mondo in cui ancora molti pensavano che per i gay si dovesse chiamare il medico, l’ambulanza, lo psichiatra. Da qualche parte gli omosessuali venivano curati con l’elettroshock».

Grillini racconta che perfino nella sua Romagna…
«Soprattutto nella sua Romagna. La Romagna è lo strapaese. Il Sud da questo punto di vista è sempre stato più avanzato».

L’omosessualità e la religione sono una miscela esplosiva. Tu sei gay e cattolico…
«Basta bonificare la propria spiritualità dai sensi di colpa. E non vivere a cavallo tra dannazione e redenzione alla maniera di uno Zeffirelli, o meglio ancora di un Testori».

Tu avevi una certa speranza in Ratzinger. Il Papa vive costantemente a un millimetro dallo Spirito Santo, hai scritto.
«Ho pensato che potesse accadere quello che a volte accade. Che uomini dal pensiero fortemente conservatore potessero, per la vicinanza con lo Spirito Santo, assurgere ad un magistero inedito. Come Giovanni XXIII che veniva da una storia di conservatorismo».

Invece sei deluso.
«Non posso dire di essere incoraggiato da questo inizio di pontificato. Quello che mi delude soprattutto è l’eccesso di dimestichezza della Chiesa con i poteri temporali. E il suo bisogno di avere successo. Di misurare i rapporti di forza nelle piazze. Io amo molto un’idea catacombale di chiesa».

Hai detto: passerà del tempo prima che il Papa pronunci parole evangeliche.
«Se l’ho detto l’ho detto tanti anni fa. Non su Ratzinger. Non ho mai detto cose imprudenti e non consone al ruolo che ricopro».

Perché, come dice la Bignardi, ti sei imborghesito…
«Considero importante l’uso cauto e sorvegliato delle parole. E penso che si debba avere la considerazione dei ruoli».

Grillini si è presentato alle comunali di Roma ed ha preso lo 0,9 per cento. La comunità gay romana…
«La comunità gay non è un soggetto coeso. Non sono state sempre rose e fiori i rapporti interni. Grillini ha una storia nella comunità gay bolognese e nell’Arcigay nazionale. La comunità gay romana è una cosa più complicata. Non avranno preso bene il fatto che si presentava con i socialisti».

Tu sei amico di Grillo…
«Sono suo amico, gli voglio molto bene ma non mi piace la cultura del vaffanculo, non mi piace il giustizialismo. Gli urlatori non aiutano a trovare soluzioni giuste per problemi complessi».

Indignarsi è così sbagliato?
«Certo che dobbiamo incazzarci. Ma il mondo non può essere affrontato solo con l’indignazione. Il rischio è che ciascuno si senta un leone che deve divorare il suo cristiano».

Ti piacciono i talk show televisivi?
«Mi piacciono L’infedele, Matrix, Otto e mezzo, mi piacciono moltissimo Le invasioni Barbariche».

Quindi non ti piacciono Vespa, Floris e Santoro…
«Tu l’hai detto».

Ha senso la presenza di una come la Binetti in un partito progressista?
«È una contraddizione degli altri»

Comunque è una contraddizione…
«Pare evidente. Ma non lo dico io che la Binetti è una contraddizione, lo dicono tantissimi nel Pd. Anche se con l’andar del tempo, di svolta in svolta, la Binetti è sempre meno un corpo estraneo nel Pd».

Ho letto di te che «rischi di diventare uno Schwarzenegger di sinistra: outsider, trasversale, di grande immagine, popolare e ipermoderno».
«Il modello di costruzione del consenso da quelle parti è molto diverso. Io ho costruito il mio successo uscendo fuori dai recinti dei miei accampamenti politico-culturali. Ho preso sicuramente molti voti anche a destra. E al centro. Senza snaturarmi».

Sicuro?
«Nei manifesti elettorali mi sono dichiarato diverso, estremista, pericoloso».

Magari era un trucco…
«Non mi sono tolto nemmeno l’orecchino».

E l’anello al pollice?
«L’ho messo dopo aver vinto. Me l’ha regalato un pescatore di Mola di Bari. Era la la fede di sua madre. Io l’ho messa al pollice, una specie di matrimonio col popolo».

Tu sei un poeta…
«Ho pubblicato quattro libri di poesie».

Sei il Bondi della sinistra…
«Questa non dovevi dirla. Ho frequentato scuole poetiche di livello. Il mio maestro era Dario Bellezza».

Gioco della Torre. Diliberto o Rizzo?
«Non c’è bisogno che dica io delle cose orrende di Rizzo, basta lui. Parla da solo. È impresentabile».

Bondi o Cicchitto?
«Bondi è simpaticissimo, fa tenerezza. Cicchitto è fastidioso, una specie di orticaria».

Forleo o De Magistris?
«A me non piacciono i magistrati che parlano, che partecipano, che vanno ai talk show. Il rito giudiziario deve riguadagnare la sua solennità e la sua discrezione. E allontanarsi il più possibile da ciò che assomiglia ai processi di piazza».

Buttiglione o Tremaglia?
«Sono due sfumature della stessa paura. L’omofobia può essere esercitata con la grevità del linguaggio da caserma di Tremaglia o con le sepolcrali ipocrisie di Buttiglione».

Victoria Beckham: "Piaccio solo ai gay". Ma soprattutto la inviadiano.

Gli etero non guardano più Posh.
(TGCom) Altro che femme fatale, ormai Victoria Beckham piace solo agli omosessuali. E’ la stessa Posh a confidarlo ad un giornalista del “Sun” che si è complimentato con lei per il suo look sempre al top. “Tutti gli uomini a cui piaccio sono gay. E anche io li adoro”. Intanto Vic ha conquistato i favori dell’amico Tom Cruise, che le ha offerto una parte nel film “Hardy Men”. Per Miss Beckham sarà il debutto sul grande schermo.

L’ex Spice Girl, mamma di tre maschietti, è sempre in perfetta forma e non ha mai un capello fuori posto. Tanto che anche i “ragazzi terribili” della stampa scandalistica britannica la definiscono una “deliziosa mamma”.

Ma evidentemente Victoria non si ritiene più così sensuale. E’ lei stessa a sottolineare come ormai riesca solo a destare l’interesse degli omosessuali, coi quali pare avere un ottimo rapporto. Sarà per via del maritino David, considerato un’icona sexy da tutti i gay? Può darsi.

Di certo, nonostante i suoi 34 anni e tre gravidanze alle spalle, Posh ha ancora fascino da vendere. E, a quanto pare, nasconde anche un certo talento nella recitazione. Sarà per merito o per amicizia, ma Tom Cruise l’ha voluta per un cameo nel nuovo film di sua produzione.

Posh farà così un’apparizione in “Hardy Men”, adattamento cinematografico della serie TV e dei racconti “The Hardy Boys”, in cui lo stesso Cruise e Ben Stiller vestono i panni di due detective affetti dalla sindrome di Peter Pan.

In realtà, inizialmente, Miss Beckham avrebbe dovuto disegnare i costumi di scena, ma questa ipotesi è stata accantonata, preferendo affidare alla mora tutto pepe un posto al sole sul grande schermo